Perché alcune persone non ammettono mai di aver sbagliato anche quando è evidente? Ecco cosa dice la psicologia

Tutti ne conosciamo almeno uno. Quel tipo che durante le riunioni parla con la sicurezza di chi sta citando l’enciclopedia, quando in realtà sta sparando la cavolata del secolo. L’amica che ti corregge con tono da professoressa anche quando chiunque altro nella stanza sa che sta dicendo una stupidata colossale. Il parente che non ha mai, e dico mai, ammesso di aver sbagliato in tutta la sua vita.

Ma cosa diavolo succede nel cervello di queste persone? Come fanno a essere così maledettamente sicure di sé anche quando l’universo intero grida che hanno torto? Spoiler: non è solo perché sono arroganti. C’è della scienza dietro, ed è parecchio interessante.

Benvenuti nel mondo della metacognizione

Sto per buttarvi addosso un termine che suona da manuale universitario ma che in realtà descrive qualcosa che facciamo tutti ogni santo giorno: la metacognizione. In parole povere, la metacognizione è quella cosa che fa il tuo cervello quando pensa ai propri pensieri. È tipo guardarsi allo specchio, ma invece di vedere la faccia vedi come ragioni, come impari, come ti valuti. È quella vocina che ti dice “aspetta, ma sono davvero sicuro di questa cosa?” oppure “forse dovrei studiare ancora un po’ prima dell’esame”.

Dentro questo sistema ci sono elementi fondamentali: l’autostima, ovvero come ti vedi in generale come persona, e l’autoefficacia, che è quanto credi di essere capace in cose specifiche. Tipo, puoi avere un’alta autoefficacia nel cucinare ma bassa nel cantare, capito? La metacognizione ha diverse componenti che lavorano insieme come una squadra: c’è la pianificazione, quando decidi come affrontare un compito, il monitoraggio mentre lo fai, e l’autovalutazione finale.

Quando il sistema va in pappa

Ora viene il bello. Cosa succede quando questo sistema metacognitivo si incasina completamente? La ricerca psicologica ha scoperto una roba affascinante: alcune persone sviluppano quelle che gli scienziati chiamano credenze metacognitive disfunzionali. Tradotto dal professorese all’italiano: si formano delle convinzioni su quanto sono bravi che diventano impermeabili alla realtà. Tipo una bolla mentale dove tutto quello che pensano di sé è sacrosanto, anche quando fuori dalla bolla tutti vedono che non è così.

È come avere un metro che misura sempre un metro e dieci, ma tu continui a usarlo convinto che sia perfetto. Costruirai una casa storta, ma secondo te andrà tutto benissimo. Gli studi sulla terapia metacognitiva hanno dimostrato che queste credenze sballate attivano pensieri e modi di affrontare le situazioni che non solo non funzionano, ma peggiorano le cose. Le persone restano letteralmente intrappolate in schemi mentali che si autoalimentano, tipo un serpente che si morde la coda.

Il cervello che si racconta storie

Ma come fa una persona a mantenere questa visione gonfiata di sé quando sbaglia in modo evidente? Semplice: il suo sistema di monitoraggio interno ha smesso di fare il suo lavoro. Facciamo un esempio pratico. Giulia è convinta di essere una designer eccezionale. Presenta un progetto al cliente, che fa una faccia come se avesse appena mangiato un limone marcio. Non dice niente di entusiasta, anzi fa mille obiezioni. Alla fine accetta il lavoro solo perché ha già pagato l’anticipo. Giulia però esce dall’incontro pensando “wow, gli è piaciuto tantissimo, era solo timido nell’esprimerlo”.

Cosa è successo nel cervello di Giulia? Il suo sistema di monitoraggio metacognitivo non ha raccolto i segnali della realtà. O meglio, li ha raccolti ma li ha passati attraverso un filtro così distorto che sono usciti completamente trasformati. Le sue credenze preesistenti su quanto è brava hanno letteralmente cambiato la percezione di quello che è successo.

Autoefficacia: l’arma a doppio taglio

Qui le cose si fanno interessanti. La ricerca ha dimostrato una cosa fondamentale: se ti percepisci poco competente in qualcosa, investirai meno energie e ti darai per vinto più facilmente. Al contrario, chi si sente competente persiste anche davanti a compiti difficilissimi. Fin qui tutto fantastico, no? L’autoefficacia è positiva, ci fa continuare anche quando è dura.

Il problema è quando questa autoefficacia è completamente slegata dalla realtà. Se ti senti un mago della cucina quando in realtà bruci pure l’acqua, continuerai a cucinare con grande entusiasmo senza mai migliorare davvero. Perché? Perché non riconosci gli errori, quindi non li correggi mai. È la differenza tra avere fiducia costruttiva e vivere nell’illusione totale. La prima ti fa crescere, la seconda ti tiene bloccato in una bolla di autoinganno.

No, non sono semplicemente narcisisti

A questo punto starai pensando: “ok, quindi queste persone sono solo narcisiste”. E invece no, è più complicato di così. Le credenze metacognitive sballate non vengono necessariamente da un ego gigante. Spesso sono strategie di difesa psicologica inconsapevoli. Il cervello le mette in atto per proteggersi da qualcosa che percepisce come pericoloso: ammettere di non essere all’altezza.

Secondo il modello usato in psicoterapia, le persone possono restare intrappolate in pattern di autovalutazione che derivano da credenze metacognitive rigide, esperienze distorte e strategie inefficaci. Non è che si svegliano la mattina e decidono “oggi sarò un arrogante insopportabile”. Semplicemente il loro sistema di autovalutazione funziona in modo diverso, e loro non se ne rendono nemmeno conto.

Pensaci un attimo: ammettere di aver sbagliato richiede un sacco di flessibilità mentale. Devi tollerare l’incertezza, mettere in discussione quello che credevi vero, accettare lo scarto tra come ti vedi e come sei davvero. Per alcune persone questo processo è talmente destabilizzante che il cervello preferisce evitarlo del tutto, mantenendo una certezza granitica anche quando è palesemente falsa.

Le credenze che ti fregano

Al centro di tutto ci sono le credenze metacognitive, ovvero le convinzioni che hai sul funzionamento della tua stessa mente. Roba tipo “devo sempre avere tutto sotto controllo”, “se ammetto un errore sono debole”, “la mia intelligenza mi rende affidabile in qualsiasi campo” oppure “ho un sesto senso che mi guida e non sbaglia mai”.

Queste credenze funzionano come occhiali colorati: filtrano tutto quello che vedi. Se ho la convinzione profonda che “devo sempre sapere la risposta”, di fronte a una situazione dove non ho la più pallida idea di cosa dire, il mio cervello potrebbe semplicemente negare l’incertezza e sparare fuori una risposta a caso detta con sicurezza estrema. Gli studi sulla terapia metacognitiva hanno mostrato come queste credenze, una volta che si sono formate, tendano a mantenersi attive e a influenzare tutto. Decidono a quali pensieri presti attenzione, come interpreti quello che succede, quali strategie usi per affrontare le situazioni.

Sondaggio non valido.

Il software con il bug

Quindi ricapitoliamo: quella persona che conosci che sembra sempre sicurissima anche quando dice castronerie grosse come case non sta necessariamente mentendo o recitando. Molto probabilmente il suo sistema di monitoraggio metacognitivo è rotto. Non raccoglie bene i segnali di errore. Non confronta in modo efficace quello che si aspettava con quello che è successo davvero. Non aggiorna le credenze su di sé quando arrivano nuove informazioni. È come un computer che gira con un virus: continua a elaborare dati, ma il risultato è completamente sbagliato.

Questo spiega anche perché semplicemente dire a qualcuno “guarda che hai sbagliato” spesso non funziona per niente. Se il problema sta nel sistema stesso che elabora le informazioni su di sé, un input esterno viene automaticamente filtrato o scartato. Non è che la persona è testarda per cattiveria: è proprio il modo in cui il suo cervello processa l’autovalutazione che è diverso.

Come si può sistemare questa roba

La bella notizia? La psicologia ha sviluppato approcci specifici per lavorare su questi pattern. Esiste una cosa chiamata terapia metacognitiva, sviluppata da uno psicologo di nome Adrian Wells, che si concentra proprio sul modificare queste credenze metacognitive disfunzionali e le strategie sbagliate che ne derivano. Attraverso tecniche come il dialogo socratico metacognitivo e la rifocalizzazione dell’attenzione, questo tipo di terapia aiuta le persone a riconoscere i propri schemi di pensiero e a sviluppare modi più flessibili di valutarsi.

Non si tratta di distruggere l’autostima di qualcuno, ma di renderla più realistica e funzionale. L’obiettivo è sviluppare quello che potremmo chiamare un “monitoraggio metacognitivo calibrato”: saper valutarsi con onestà, riconoscere i propri limiti senza drammi, apprezzare i propri punti di forza senza esagerare, e soprattutto restare aperti all’idea di continuare a imparare.

E tu? Sei mai quello troppo sicuro?

Capire questo meccanismo non serve solo per analizzare quella persona insopportabile che tutti conosciamo. Serve soprattutto per guardarci dentro con più onestà. Tutti noi, chi più chi meno, in certi ambiti specifici, possiamo cadere nella trappola delle credenze metacognitive rigide. Magari non sei quello che non ammette mai di avere torto su tutto, ma potresti essere quello che sopravvaluta le proprie capacità di guida. O di gestire i soldi. O di capire le dinamiche delle relazioni. Ognuno ha i suoi punti ciechi.

La chiave è sviluppare quella che gli psicologi chiamano “consapevolezza metacognitiva”: la capacità di osservare il tuo sistema di pensiero mentre lavora, notare quando scattano le certezze automatiche, riconoscere quando stai evitando informazioni che non ti piacciono. Prova a farti queste domande ogni tanto:

  • Come faccio davvero a sapere di essere bravo in questa cosa?
  • Quali prove concrete ho delle mie capacità?
  • Quando è stata l’ultima volta che ho cambiato idea su qualcosa che mi riguardava?
  • Sono aperto al feedback o mi metto subito sulla difensiva?

Coltivare un monitoraggio metacognitivo sano significa anche fare pace con l’incertezza. Non devi sempre avere ragione. Non devi sempre sapere tutto. Non devi sempre sembrare infallibile. Anzi, la capacità di dire “non lo so” o “hai ragione, mi sono sbagliato” è segno di una mente flessibile e sana, non di debolezza.

Sicurezza vera contro rigidità travestita

C’è una differenza enorme tra essere veramente sicuri di sé e avere credenze metacognitive rigide come il cemento armato. La persona davvero sicura può permettersi di sbagliare perché la sua autostima non dipende dall’essere perfetta. Sa che fare errori è parte normale del processo di crescita. Chi invece mostra sicurezza granitica anche negli errori spesso sta manifestando rigidità difensiva: non può permettersi di ammettere lo sbaglio perché crollerebbe tutta la costruzione della sua autopercezione.

La certezza apparente nasconde un sistema fragilissimo che non regge le crepe. Paradossalmente, quella sicurezza che sembra forza è spesso il segnale di un sistema metacognitivo poco flessibile e, alla fine dei conti, molto meno solido di quanto appaia in superficie. La prossima volta che incontri qualcuno che sembra immune al dubbio, ricordati che dietro quella facciata di certezza granitica c’è un meccanismo psicologico complesso. Non è per forza stupidità, cattiveria o semplice arroganza. È il risultato di credenze metacognitive che si sono consolidate nel tempo e che ora filtrano la realtà in modo selettivo.

Capire questo ci rende più empatici verso gli altri e più consapevoli di noi stessi. Ci aiuta a riconoscere che la vera intelligenza non sta nell’avere sempre ragione, ma nella capacità di aggiornare continuamente la mappa, quella della realtà esterna e quella di noi stessi. E se scopri che a volte anche tu sei quella persona troppo sicura anche quando sbagli? Ottimo, hai appena fatto un passo gigante nel monitoraggio metacognitivo. Riconoscere il problema è già metà della soluzione.

La figata della mente umana sta proprio in questa capacità di guardarsi, capirsi e, quando serve, riprogrammarsi. Non siamo condannati a ripetere gli stessi schemi per sempre. Con un po’ di consapevolezza, curiosità verso noi stessi e una sana dose di umiltà, possiamo trasformare anche le credenze più radicate e sviluppare un rapporto più sano e realistico con le nostre capacità e i nostri limiti. Alla fine, ammettere di non sapere tutto non ci rende più piccoli. Ci rende umani. E soprattutto ci lascia lo spazio per continuare a imparare, crescere e sorprenderci.

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